Sali verso Casteldoria seguendo l’altura granitica dei monti di lu Casteddu. Davanti a te si apre la vallata del Coghinas, fertile, segnata dall’acqua e dal tempo. Il castello dei Doria domina ancora questo spazio di confine. Della fortezza restano tratti di mura, una cappella, una grande cisterna scavata per raccogliere l’acqua. Ma è la torre a catturarti. Venti metri di altezza, pianta pentagonale, grandi blocchi di granito uniti dalla malta. L’ingresso è sul lato nord-orientale. Le aperture sono irregolari. Una finestra ampia guarda la valle dal primo piano. Dentro immagini i tre livelli in legno, il soppalco, il camminamento sul tetto.
Attorno a questa torre le leggende non sono un contorno. Sono parte della sua storia. Racconti tramandati a voce e raccolti da Grazia Deledda nei Racconti sardi del 1894. Lei scrive di cunicoli sotterranei che unirebbero il castello alla cappella di San Giovanni di Viddacuia, sull’altra sponda del fiume. Parla di stanze nascoste, di una porta di ferro, di un tesoro dei Doria. Racconta la conca della moneta, dove si dice battessero denaro, e di una campana d’oro fatta risuonare lanciando una pietra dall’alto. Qui la letteratura entra nella roccia. E non ne esce più.
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